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“Alla scoperta dell’Istituto Calasanzio”

La Preistoria

- Seconda puntata - 

di padre Mario Saviola

 

La pandemia ci ha portato a riparlare della scuola, ma in una forma insolita. Perché l’attenzione (finalmente?) si è spostata sulla condizione concreta dei ragazzi, quando la scuola è assente o se è inadeguata. Un’emergenza nell’emergenza, titolava il Corsera riportando una lettera del presidente della Comunità di Sant’Egidio. E vi si annotano gli effetti imprevedibili e disastrosi: un clima sospeso tra ansia e paura, per i piccoli delle elementari il disamore e la voglia di abbandono scolastico, per i più grandi una tensione e un disagio nascosto che demotiva o chiude nell’autolesionismo, o in contesti meno protetti spinge a inattese esuberanze che arrivano a esternarsi in chiassate o addirittura assurde prove di forza nelle piazze: tutte forme evidenti di fratture, drammi e danni nelle persone in crescita.

Leggendo, mi si è ripresentata alla mente una storia antica nella quale il Calasanzio (non l’edificio stavolta, ma la persona che gli dà il nome) si ritrova coinvolto: cosa facevano i ragazzi, cosa succedeva quando la scuola non c’era? Perché in tutti noi si è sedimentata un’immagine oleografica: piccola o grande, sulla piazzetta del paese o tra i grandi palazzi del quartiere, la scuola c’è, è lì da sempre, con il suo ritmo scandito dalla campanella o dal festoso vociare di bambini. È lì da sempre, nel centro città o nella più remota periferia, con i muri decorati col gessetto da disegni, sempre uguali e sempre nuovi. Non ci chiediamo chi l’ha voluta, l’ha posta proprio lì: c’è, fa parte della nostra vita, della storia di tutti; proprio come la fontana che dona acqua nella piazza o il vecchio platano che le fa ombra. È difficile immaginare un tempo in cui la scuola non c’era. O non era così a portata di mano, o non c’era per tutti. Di tanto in tanto ci domandiamo come vestirla, a che età farla cominciare, cosa insegnare o quali libri utilizzare; ci interroghiamo sui compiti delle autorità, o sull’avvicendarsi dei docenti, o sul ruolo dei genitori… Ma la scuola, c’è, c’è per tutti, è di tutti, e nessuno pensa che non debba esserci.

 

 

Eppure essa non esiste per caso: qualcuno deve pur aver cominciato, ne ha intravisto la necessità, si è posto per primo alcune domande, deve averla fortemente voluta, ne ha guidato i primi passi, ha rischiato azzardando dei tentativi, ha dato le prime risposte, ha fatto le prime scelte.

 

Angelo Vernazza: Glorificazione dell’idea calasanziana   (1906-1908)

 

E ho colto anche il motivo per cui Angelo Vernazza, il pittore di Sampierdarena, alunno prediletto del Barabino, nel salone centrale della villa Duchessa di Galliera, con vividi colori rappresentava la Glorificazione dell’ideale calasanziano (foto grande in alto a dx.) non con un sussiegoso maestro in cattedra o una bell’aula con bimbi diligentemente chini sui libri: questo accadrà più tardi. Egli racconta il punto di partenza, quello che accadeva senza la scuola: in una strada sassosa bambini e ragazzi che si azzuffano con violenza, e intorno adulti agitati ma impotenti. Uno spettacolo che tanti - fedeli, turisti, dignitari, religiosi … - tragicamente indifferenti, si erano abituati a vedere ogni giorno per le strade di Roma in quel fine 1500. Solo un giovane prete fissa la scena pensoso, e già si protende in avanti: sta prendendo coscienza che quel dramma sociale, quell’obbrobrio “di ragazzi oziosi o in abbandono”, a Roma e in tanti altri luoghi, è problema di tutti, non deve continuare: va risolto. Ma non pensa di dover ricorrere ad altri, non prova a delegare: ne sente il carico in prima persona, è quella la sua vocazione! (“È proprio della nostra Istituzione”, ricorderà tante volte ai suoi religiosi).

Accadde a Roma, quartiere Trastevere: due stanzette messe a disposizione da un vecchio parroco, un giovane prete spagnolo con un paio di amici, e tanti bambini con una gran voglia di imparare a «leggere, scrivere e far di conto». Era l’autunno del 1597: nessun manifesto, nessuno slogan, nessuna autorità civile o religiosa a presenziare, nessun nastro da tagliare; così, semplicemente, con il silenzio e la discrezione che distingue la carità cristiana, nasceva “la prima scuola popolare e gratuita d’Europa” (L. von Pastor, Storia dei Papi, vol. XI, pp. 438-440) e del mondo, ed ebbe un nome che alludeva ai contenuti, alla modalità e alla finalità: Scuola Pia.

Il prete è Giuseppe Calasanzio. Era giunto a Roma cinque anni prima, trentacinquenne, con l’aspettativa di una carriera sicura, dato il qualificato lavoro da lui svolto per monitorare l’accoglienza dei dettami del Concilio tridentino in numerose diocesi e monasteri della sua terra. Nella Roma papale del tempo incontra santi e arrivisti, ma egli non resta ozioso nell’attesa. Pur lavorando come precettore nella nobile famiglia Colonna, non disdegna di immergersi in umili attività caritative promosse dalle diverse Confraternite. Penetra così nelle situazioni più critiche di una Roma marginale, e in particolare scopre la condizione senza speranze e senza avvenire dei piccoli figli dei poveri. La difficoltà concreta incontrata nell’insegnare loro il catechismo lo porta a inventarsi una soluzione che polarizzerà le sue prospettive e rivoluzionerà la sua vita; per questo si affretta a darne notizia al parroco di Peralta, il suo paese natale, che lo interrogava sul ritorno: “Ho trovato un modo speciale per servire Dio nei poveri e non lo abbandonerò per nessuna cosa al mondo”.   

Si trova così coinvolto in una storia fantastica e travolgente. Non c’è tempo per elaborare teorie o confrontarsi con i grandi pensatori o famosi utopisti: i bambini sono lì alla porta, ogni giorno più numerosi e con esigenze impellenti e concrete; è indispensabile pensare e organizzare il lavoro e lo studio, così come ogni notte è necessario predisporre il materiale, preparare i cartelloni, i quaderni e persino… fare la punta alle penne. E poi c’è da strutturare i corsi e le classi, dare contenuti e gradualità agli insegnamenti, cadenzare l’orario, i passaggi di classe; e urge trovare ambienti più adeguati al numero crescente di alunni. Una ricerca continua, tutto da inventare, poiché non esistono modelli di scuola simultanea per i piccoli.

Calasanzio non si scoraggia; egli ha due, tre idee ben chiare: la scuola non può essere un privilegio, la cultura rende liberi, istruire ed educare tutti «fin da piccolini» è il vero segreto per la «riuscita (”felicità”) di ogni persona e per riformare la società». Motivazione religiosa e motivazione sociale per lui vanno di pari passo, e la sua idea di riforma non mira solo alla Chiesa, ma all’intera società. La scuola, istruire per educare e dare dignità di persona, è il mezzo più adatto. E tutti ne hanno diritto, naturalmente in forma gratuita.

La notizia della novità e opportunità che si è attivata a Roma si diffonde con rapidità: si moltiplicano le richieste provenienti da piccoli e grandi centri, il più delle volte appoggiate da autorevoli sollecitazioni. Come soddisfarle?

E soprattutto, come dare continuità e stabilità a quest’opera “degnissima, necessarissima, utilissima, nobilissima…” (sono tredici i superlativi con cui il Calasanzio sottolinea il valore innovativo della sua istituzione in un Memoriale a un cardinale che la riteneva superflua), perché, come è successo a tante altre iniziative, non duri il tempo di un’emozione o al massimo quanto la vita dell’ideatore?

Il problema è, dunque, trovare maestri capaci e motivati, persone che credano in questo lavoro come missione. La cosa non è semplice, anche perché il Calasanzio è molto esigente circa il loro profilo umano e professionale: devono essere esemplari e pazienti, preparati dal punto di vista culturale e cristiano, sensibili quali educatori oltre che come insegnanti, disposti a farsi piccoli con i piccoli; devono avere “amore di padre» ed essere consapevoli di agire quali «cooperatori della Verità». Soprattutto disponibili a “dare il loro tempo ai piccolini e poveri”, quindi senza pretese carrieristiche, e attenti a fornire un sapere di qualità, ma anche pratico e utile: «Non mi potrà fare cosa più gradita che insegnare con ogni diligenza l’aritmetica…, perché questa scienza ed il suo esercizio sono molto utili per i poveri, che non hanno capitali per vivere senza faticare» (lettera 3.753). E anche il latino, per dare ai ragazzi l’opportunità di un lavoro come copisti di notai o avvocati. Ecco la concretezza e originalità che il Gioberti apprezzava nella scuola voluta dal Calasanzio.

 

 

 

 Il tentativo suggerito dal Papa, e non ben riuscito, di trovare collaboratori tra Famiglie religiose preesistenti convince il Calasanzio che non si tratta di avere solo dei bravi maestri; il compito a cui sono chiamati è delicato e impegnativo, ed esige una specifica vocazione: ci vogliono persone che si consacrino esplicitamente a questo per tutta la vita. Egli ottiene così dal Papa Paolo V l’istituzione di una nuova Famiglia religiosa i cui membri, ai tre voti di povertà, castità e obbedienza, aggiungeranno il quarto voto di dedicarsi all’istruzione ed educazione dei piccoli e poveri: nascono così i Padri delle Scuole Pie (foto dello stemma, in alto, a destra) o Padri Scolopi. Era il 25 marzo del 1617. Per oltre 30 anni sarà lui in persona a preoccuparsi della loro formazione continua con l’esempio, la parola e le migliaia di lettere, nelle quali suggerisce e consiglia, richiama e indirizza con pazienza, puntualità e autorevolezza. Nessuna teoria pedagogica, ma solo la pratica quotidiana saggia, attenta e critica, animata da una fede profonda sul valore della persona e un grande amore per il futuro dei bambini.

 

 

 

Tratto integralmente da ilCorniglianese (mensile di Cornigliano Ligure) di febbraio 2021 a pagina 4 

 

 

03 ottobre 2021